di Alessandra Callegari
Ripartire dopo le vacanze è uno dei temi che accompagnano ogni settembre. Si torna al lavoro, si riaprono le agende, riprendono la scuola, la palestra, gli appuntamenti, gli impegni. E quasi senza accorgercene rischiamo di rientrare rapidamente negli stessi ritmi che avevamo lasciato prima delle vacanze.
Ma ripartire significa davvero riprendere da dove eravamo rimasti?
Forse la pausa estiva può offrirci un’occasione diversa: non semplicemente recuperare energie per ricominciare a fare le stesse cose, ma creare una piccola discontinuità che ci permetta di accorgerci di come stiamo e di dove stiamo andando.
Quando rallentiamo, infatti, può cambiare la nostra percezione. Possiamo scoprire che qualcosa ci manca, ma anche che qualcosa non ci è mancato affatto. Possiamo sentire una stanchezza che nel ritmo abituale non percepivamo più, ritrovare il piacere di fare qualcosa che avevamo trascurato, accorgerci di un bisogno rimasto a lungo sullo sfondo. O semplicemente renderci conto che alcuni ritmi che consideravamo inevitabili forse non lo sono.
La pausa, insomma, può diventare uno spazio di ascolto. A partire dal corpo.
Prima ancora che arrivino pensieri e ragionamenti, il nostro corpo spesso ci segnala come stiamo: attraverso la tensione o il rilassamento, la stanchezza o la vitalità, il respiro che si accorcia o si fa più ampio, una sensazione di apertura oppure di chiusura.
Proviamo allora, mentre ricominciamo, a farci qualche domanda. Che cosa succede nel nostro corpo quando pensiamo alle giornate che ci aspettano? Che cosa ci dà energia e che cosa ce la toglie? Che cosa desideriamo ritrovare? E che cosa, invece, vorremmo lasciare andare?
Non si tratta necessariamente di cambiare lavoro, abitudini o vita. Si tratta, prima ancora, di ritrovare un orientamento.
Viviamo in una società che ci spinge continuamente ad accelerare, aumentare le possibilità, raggiungere nuovi obiettivi. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa ha dedicato gran parte del proprio lavoro al tema dell’accelerazione e propone, come possibile risposta, il concetto di risonanza: ciò che conta nella qualità della nostra vita non è soltanto quanto facciamo o quanto possiamo ottenere, ma come entriamo in relazione con ciò che facciamo, con gli altri e con il mondo.
Forse allora una buona ripartenza non consiste nell’aggiungere immediatamente nuovi obiettivi alla nostra agenda. Potrebbe cominciare dal chiederci: che cosa, nella nostra vita, continua a risuonare con noi? E per rispondere potremmo fermarci e, prima di ricominciare a gran velocità, stare: il valore della pausa, in una società dominata dalla prestazione, sta anche nella capacità di sospendere momentaneamente l’azione per poter vedere, ascoltare, scegliere.
E questo è in genere il passaggio che rischiamo di saltare a ogni settembre.
Prima di riempire nuovamente le giornate, potremmo dunque concederci un piccolo spazio per capire in quale direzione vogliamo muoverci. Perché ripartire non significa necessariamente andare più veloci. E nemmeno tornare al punto in cui eravamo rimasti.
A volte la vera ripartenza consiste nel fermarsi abbastanza da capire da dove vogliamo partire, questa volta.